Occorre attendere all’impegno preso dalle Regioni in occasione della ‘Prima Conferenza Nazionale sulla Salute Mentale’ e destinare il 5% del Fondo Sanitario regionale per le attività di promozione e tutela della salute mentale. In merito ho presentato una mozione volta a dare appunto maggiori tutele e sovvenzioni per venire in contro alle importanti e urgenti esigenze inerenti la salute mentale.
Le Regioni hanno già sottolineato l’importanza di realizzare un ‘Patto per la salute mentale’ fra i diversi attori sanitari e sociali, pubblici e privati, Enti Locali ed Associazioni per valorizzare al massimo le risorse finanziarie ed umane presenti nel territorio. Ma dalle promesse occorre passare ai fatti: riservare, come detto, una quota del Fondo Sanitario regionale al problema della salute mentale; è un dovere politico e morale a cui le Istituzioni non possono sottrarsi. In questi ultimi anni il processo di costruzione di un sistema di tutela della salute mentale ha subito una forte battuta d’arresto, principalmente a causa di una crescente quanto preoccupante carenza di personale e di una cattiva organizzazione e distribuzione delle spese. Inoltre molti pazienti che potrebbero guarire ed essere integrati nella società e nel mondo del lavoro vanno incontro, proprio a causa dell’insufficienza dei servizi territoriali, a processi di cronicizzazione e di disabilitazione che potrebbero e dovrebbero essere evitati. Ritengo quindi doveroso questo impegno: La tutela della salute mentale deve essere una priorità assoluta a cui l’amministrazione regionale non può disattendere.
A mio avviso non servono più soldi alla salute mentale. Ne servono meno.
La cosa può sembrare provocatoria, ma se mi ascolta, nemmeno tanto.
Serve infatti di indirizzare il personale verso terapie aggiornate per poi adottarle concretamente: gestalt, psicologia transpersonale, tomatis, tanto per dirne alcune. Per la verità “aggiornate” sarebbe perfino relativo, in quanto la maggior parte sono decennali e la sanità pubblica non si sogna di adottarle neanche da lontano. Molte di queste sono risolutive e hanno un corso molto più breve e peggio che vada non costano di più (e durano meno, interferendo anche meno nella vita del paziente).
I costi dei psicofarmaci invece sono altissimi e tali servizi (ospedali e ambulatori) li usano in quantità industriali, nella maggior parte dei casi contro la volontà delle pazienti, che prima sono costretti a prenderli e poi ne diventano fisicamente e psicologicamente dipendenti (tecnicamente sono droghe!). E intanto lo stato paga.
Tutto il resto dei servizi in fin dei conti girano intorno ad attività di controllo, valutazione e riabilitazione del paziente fino all’integrazione sociale, mirando a questo, visto che non pensano minimamente alla guarigione e spesso continuando a prendere li stessi psicofarmaci che li invalidano. “Integrazione” infatti significa fare di una persona in grado di lavorare e di non creare problemi sociali: nulla a che fare, quindi, col concetto di guarigione.